Realtà territoriali e Chiesa concordi sul rischio lavoro conseguenza della pandemia

“L’emergenza pandemica dell’ultimo anno – scrivono i Sindaci di Acerra, Casalnuovo, Castello di Cisterna, Marigliano, Mariglianella, Pomigliano, Nola, Sant’Anastasia, San Vitaliano, Saviano, Scisciano e Somma Vesuviana – ha segnato in maniera indelebile la vita di tutta la popolazione del nostro Paese.

Sono state letteralmente sconvolte non solo le politiche sanitarie, ma ogni aspetto della vita sociale è stato caratterizzato dai tempi e dai modi di diffusione del virus. In particolare tutte le attività lavorative hanno subito rallentamenti con effetti che, nel lungo termine, potranno rivelarsi disastrosi”.

E’ il grido d’allarme di 12 sindaci dell’hinterland napoletano preoccupati per la situazione, che si potrebbe venire a creare sui territori, una volta sbloccati i licenziamenti nelle aziende. I primi cittadini si sono incontrati nel Comune di Pomigliano d’Arco ed hanno deciso di lanciare un appello soprattutto al Governo Draghi, per mettere immediatamente in campo iniziative, volte a scongiurare, quelli che potrebbero essere effetti devastanti sull’occupazione in provincia di Napoli e sul futuro delle tante aziende, che vi sono localizzate.

“Le grandi aziende, nel settore aereonautico, automobilistico, manifatturiero – proseguono le fasce tricolori nell’appello – sono il vertice di una piramide, che deve tenere conto dell’indotto e delle aziende più piccole, che occupano altre migliaia di lavoratori. Da Acerra a Casalnuovo, da Pomigliano fino a Nola, tutte le città della provincia di Napoli vedono agitarsi concretamente lo spettro della crisi e, con la mancanza di commesse e di ammortizzatori sociali, degli esuberi”.

Dunque i sindaci chiedono, a gran voce, “che fin da ora vengano avviati i tavoli di concertazione con le dirigenze delle imprese, con i sindacati e con il Governo regionale e centrale, per discutere le strategie comuni di ripresa e di stabilità occupazionale, che consentano di salvaguardare i posti di lavoro e di gettare le basi per una crescita condivisa, per far fronte all’inquietante prospettiva di chiusura e disoccupazione.

Sgravi per gli imprenditori – concludono gli amministratori locali – commesse interne ed internazionali per le grandi aziende; blocco dei licenziamenti ed incentivi alla ripresa, garanzie per l’indotto; sostegno ai settori della ricerca e dello sviluppo industriale.

Sono tutti obiettivi che, questa parte della Campania, da sempre fiera ed operosa, storicamente votata all’industria ed al commercio, intende perseguire con determinazione, nella convinzione che tutti gli attori del processo produttivo siano fondamentali per la ripresa e la crescita della nazione”.

Intanto la Conferenza Episcopale della Campania, presieduta dal Vescovo Antonio Di Donna, lancia un appello al Governo ed al Parlamento, affinchè l’Italia ratifichi il Trattato di Proibizione contrario alle armi nucleari. “Tutto tace e si spendono 14 miliardi di euro per nuovi cacciabombardieri.

Unendo perciò la nostra voce a molte altre, chiediamo con forza l’immediata ratifica del suddetto Trattato e che Governo e Parlamento recedano dall’acquisto di nuove armi ed impieghino diversamente le energie, che ora investono nella loro fabbricazione”.

In un documento diffuso sabato 15 maggio i prelati ricordano: “Il 22 gennaio 2021 il Trattato di Proibizione delle armi nucleari (votato all’ONU nel luglio 2017 da centoventidue Paesi) ha assunto valore vincolante per tutti gli Stati che l’hanno sottoscritto.

In forza di ciò, in quegli stessi Stati sono ormai illegali l’uso, lo sviluppo, l’effettuazione di test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari.

L’Italia, che non sottoscrisse allora il Trattato, potrebbe ratificarlo adesso: al momento, però, tutto tace nelle nostre istituzioni governative, mentre invece ci s’impegna ad acquistare nuovi cacciabombardieri per una spesa complessiva di oltre 14 miliardi.

Ad Hiroshima, il 24 novembre 2019, Papa Francesco affermò, che “l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune”.

È perciò “immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche. Saremo giudicati per questo”.

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