Le strade periferiche territoriali luoghi di donne sfruttate, esposte al Covid come i loro clienti

L’emergenza Covid-19 non ferma, oltre a quello degli stupefacenti, nemmeno il mercato del sesso. Mentre nei Comuni fioccano sanzioni e chiusure per gli esercenti, che violano le misure anti-contagio o per i cittadini, sorpresi in spostamenti ingiustificati, lungo le strade di accesso al nostro territorio e quelle dei Comuni limitrofi prosegue indisturbato il meretricio, che espone ad alto rischio di contagio sia le giovani prostitute, che i loro clienti.

Una situazione altamente pericolosa, che riaccende i riflettori sulle condizioni di grave disagio che vivono queste donne, spesso vittime delle organizzazioni criminali, che le schiavizzano. Provengono per lo più da paesi africani e da quelli dell’Est europeo, spesso condotte in Italia dai loro carnefici con false promesse, seguite da violenze e ricatti, da minacce di morte nei confronti dei familiari lontani.

Sono donne senza documenti, con una bassa scolarizzazione e difficoltà linguistiche. Quanto basta ad emarginarle, a non poter chiedere aiuto, accedere all’assistenza medica, ottenere qualsiasi tipo di contributo economico o sostentamento nei periodi di maggiore crisi.

Persino denunciare eventuali aggressioni subite per strada, può risultare complicato. Sono anime invisibili, nonostante tutta la loro bellezza, i corpi statuari in bella mostra. Tutti le notano ai bordi delle strade, alcuni le sfruttano, altri le giudicano, ma quasi nessuno le vede per davvero. Sono decine le ragazze che, sulle strade di periferia, tra le campagne e le fabbriche, vendono il loro corpo.

Come in località Boscofangone, tra Acerra e Marigliano, dove la maggioranza sono nere, mentre poche sono le bianche. Altre stradine laterali sono invece occupate da transessuali, che hanno mal digerito l’arrivo delle ragazze bianche, tentando anche di intimorirle, per farle sloggiare. Insomma proprio lì dove, alcuni anni fa, i Carabinieri della locale stazione, agli ordini dell’allora Comandante Vincenzo Vacchiano, inflissero un bel colpo al fenomeno, con un blitz mattutino ben pianificato e ben riuscito.

Intanto tutte lavorano, nonostante la paura del contagio e le restrizioni anti-Covid, anche quando queste permettono gli spostamenti solo per comprovate esigenze e necessità. Irina (nome di fantasia) di 22 anni, ha occhi chiari e labbra dipinte di rosso, ma lo sguardo perso nel vuoto.

Non parla volentieri e, mentre lo fa, continua a consumare quei cinque metri di asfalto, facendo avanti e indietro mentre le auto, a decine, rallentano per guardarla. Qualcuno le fa i complimenti, altri le chiedono il prezzo della prestazione. Dice che la pandemia ha rallentato il suo lavoro, ma non lo ha mai fermato. I clienti arrivano sempre, specie quelli abituali, non se ne fregano di niente.

Lei arriva sulla strada, come le sue amiche, alle 9:00 del mattino circa e ci resta fino alle 17:00. Quando va malissimo nelle giornate di magra conta almeno tre clienti. Ma è raro che accada. Non indossa mascherina, né ha igienizzante per le mani.

Del resto che senso avrebbe in un contatto fisico molto diretto? E così Irina, insieme alle altre decine di ragazze, che offrono le loro prestazioni sessuali, rischia la sua salute e quella dei suoi clienti che, a loro volta, potrebbero portare il contagio in famiglia o sul luogo di lavoro. Ma la necessità di lavorare, la fame, la violenza sono più forti dello stesso virus.

Un’altra ragazza di 25 anni viene dalla Lituania, dove ha lasciato sua madre e suo figlio di 5 anni disabile. E’ per lui che lavora, per mettere assieme il denaro necessario, per poterlo curare. Il marito è deceduto in un incidente stradale e, da allora, la sua vita è andata in pezzi. Ed ora vive solo per il bambino, che deve operarsi, senza saper immaginare il suo futuro.

 

El.Ca.

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