Disastro ambientale, il Tribunale di Roma: “No alla revisione della condanna ai Pellini”.

Era la stampa quotidiana, in data 9.02.2021, a riaccendere i riflettori sul gruppo imprenditoriale “Pellini”, facente capo ai fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini condannati, com’è noto, il 29 gennaio del 2015 dai giudici della IV sezione della Corte d’Appello del Tribunale di Napoli a 7 anni di reclusione con l’accusa di disastro ambientale.

Una sentenza poi confermata in data 17.05.2017 dalla Corte di Cassazione, a conclusione del processo d’Appello denominato “Ultimo Atto-Carosello”, iniziato il 12 giugno del 2014. Ecco cosa riporta l’articolo in questione.

“L’obiettivo era di cancellare la condanna per disastro ambientale immane, passata in giudicato quasi quattro anni fa e di salvare così il patrimonio da ben 222 milioni di euro confiscato dallo Stato nell’aprile del 2019. Confisca per la quale si attende il giudizio definitivo della Magistratura civile.

Ma ai fratelli Pellini è andata di nuovo male. La quinta sezione della Corte di Appello di Roma (Presidente Stefano Palla) – proseguiva l’articolo – ha infatti respinto il ricorso dei tre imprenditori dello smaltimento dei rifiuti per la revisione della condanna di disastro ambientale, decisa dalla Cassazione nel maggio del 2017. Ora dunque è sempre più vicina la confisca definitiva del tesoro dei tre acerrani, ritenuti responsabili di uno degli smaltimenti abusivi di rifiuti tossici più ingenti mai perpetrati in provincia di Napoli, nei territori della Terra dei Fuochi compresi tra Acerra, Caivano, Bacoli e Qualiano.

Comunque i Pellini hanno fatto appello anche contro la confisca, stavolta in sede civile. Tra poco il Tribunale di Napoli si esprimerà in via definitiva sul destino di centinaia tra appartamenti e case sparsi tra Roma, il Napoletano e la Calabria ed anche su quello che pende per una lunga serie di auto di lusso, di moto di grossa cilindrata e persino di tre elicotteri.

Un ingente patrimonio – aggiunge il quotidiano – che, secondo gli inquirenti, è stato il frutto dello sversamento illecito di veleni nei terreni e nei canali dell’area napoletana. Ad ogni modo i Pellini se la sono finora cavata sicuramente meglio di Cipriano Chianese, l’avvocato della zona casalese che, appena venti giorni fa, è stato condannato in Cassazione a 18 anni di reclusione per associazione mafiosa e disastro ambientale in merito allo smaltimento illecito di rifiuti nella discarica Resit di Giugliano.

Comunque loro, i Pellini, condannati a 7 anni, sono liberi. Da diversi mesi. Hanno usufruito di un indulto e di un cumulo relativo al periodo trascorso nel 2006 in custodia cautelare, che gli hanno consentito di lasciare il carcere, dopo avervi soggiornato per nemmeno un paio d’anni, tra uscite e rientri, a seguito dell’emanazione del terzo grado di giudizio.

In ogni caso la loro condanna resterà intatta. La revisione non ci sarà. I tre imprenditori avevano portato all’attenzione della Corte d’Appello quelle che, secondo loro, sono una serie di “nuove prove” a discarico. In particolare – concludeva l’articolo – hanno fornito ai giudici i risultati delle analisi dell’Arpac, l’Agenzia regionale per la Protezione Ambientale, datate 2008, cioè due anni dopo gli arresti e diversi anni dopo l’inizio delle indagini.

Analisi dei terreni e delle acque di canale che, per le zone di smaltimento individuate nell’inchiesta, avevano dato esiti, in grado di smentire il disastro ambientale. I Pellini, tra le altre cose, hanno affermato che nella zona Asi di Acerra, l’Area di sviluppo industriale, hanno smaltito 20mila tonnellate di rifiuti non pericolosi e non le 53mila tonnellate di rifiuti pericolosi, che gli sarebbero state contestate.

La Corte di Appello di Roma ha però contestato questa versione dei fatti. Secondo i giudici le analisi dell’Arpac del 2008 non possono essere considerate nuove prove, perché sono successive al periodo, in cui è stata effettuata l’inchiesta.

Del resto, aggiungono sostanzialmente i Magistrati romani, i risultati delle investigazioni degli inquirenti sono talmente macroscopici e complessi, da giustificare l’inammissibilità dell’istanza di revisione”.

E cercando di ricostruire il patrimonio della famiglia di imprenditori acerrani, secondo quanto riferito alla stampa dal Procuratore Giovanni Colangelo, la somma sarebbe da ricondurre a 250 fabbricati, 4 aziende, 68 appezzamenti di terreno, 50 autoveicoli ed automezzi industriali, 49 rapporti bancari dislocati anche in altre province italiane e 3 elicotteri.

Tra le società, che erano state sottoposte a sequestro, spiccano l’Atr e la Pellini srl (entrambe operanti nel recupero e nel riciclaggio dei rifiuti urbani industriali), la “Eli Service”, specializzata nel noleggio di mezzi di trasporto aereo e proprietaria, tra l’altro, di tre elicotteri e la “3P Real Estate”.

 

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