“Parco ‘900”: l’opposizione evidenzia gli abusi edilizi ed il pagamento (!?) degli oneri concessori

(Segue da articolo precedente). “A parere degli scriventi Consiglieri il Comune, a seguito del passaggio in giudicato della sentenza del Consiglio n.920/2017, avrebbe dovuto: o procedere alla demolizione delle opere o procedere all’acquisizione degli immobili abusivi al patrimonio comunale, non potendo gli abusi essere sanati in forza degli ordinari strumenti di sanatoria previsti dal D.P.R. 380/2001, che sono inapplicabili alla fattispecie in esame.

Ebbene, la procedura prevista dalla convenzione che ha, come obiettivo finale, la sanatoria postuma degli abusi commessi da WTB, risulta illegittima sotto svariati punti. In primo luogo, si rileva, che nell’atto di vincolo di destinazione d’uso, si legge chiaramente che per il rilascio della concessione edilizia “la commissione edilizia ha posto come condizione il vincolo di destinazione d’uso a superficie praticale e non abitabile dei locali sottotetto posti in parte al terzo e parte al quarto piano dei suddetti fabbricati, nonché il vincolo di destinazione d’uso pubblico dei porticati”.

Basterebbe questo inciso – proseguono i Consiglieri di minoranza – per concludere, che il presupposto pregiudiziale per il rilascio del titolo concessorio era il rispetto della destinazione d’uso pubblico dei porticati. Pertanto il suo venir meno, fa decadere l’intera concessione edilizia.

In ogni caso lo schema di convenzione presenta insanabili illegittimità. Come già rappresentato, a fronte dell’acquisizione dell’area di parcheggio attualmente di proprietà della WTB, il Comune si impegneràa rilasciare i titoli abitativi in sanatoria – annullati ed oggetto di contenzioso – relativi ai fabbricati “Orione” e “Sole” entro 30 giorni dalla data di sottoscrizione”.

In sostanza, con tale operazione, si cerca di sanare, a distanza di 17 anni, un procedimento amministrativo (tra l’altro di natura straordinario), che risulta essere stato avviato su una dichiarazione mendace del richiedente, come accertato dal TAR.

Nella sentenza n.4737 del Tar dell’11.06.2016, si legge infatti: “in sede di richiesta degli atti di condono il Comune è stato fuorviato, rilasciando le sanatorie dall’errata rappresentazione della realtà effettuata dalla società istante la quale, anziché esplicitare l’esistenza del vincolo di destinazione d’uso pubblico, a cui il porticato era assoggettato (in virtù di un atto unilaterale d’obbligo che costituiva, fra l’altro, condicio sine qua non per il rilascio dei permessi di costruire del 2002), aveva invece affermato espressamente (e mendacemente) la “piena disponibilità” del porticato di cui è causa, inducendo in errore l’Amministrazione che, proprio in funzione di tali omissioni, rilasciava i titoli edilizi in sanatoria”.

E’ evidente quindi che, con l’accordo contenuto nella convenzione, si vuole sanare un procedimento, che non poteva neanche essere avviato perché, com’è noto, ai sensi del D.P.R. 445/2001, la non veridicità della dichiarazione sostitutiva presentata comporta la decadenza dei benefici eventualmente conseguiti, non lasciando a tale disposizione alcun margine di discrezionalità alle Amministrazioni, che si avvedano della non veridicità delle dichiarazioni.

Inoltre, consentire ad un soggetto di poter riparare a distanza di ben 17 anni ad un proprio errore e/o omissione, ottenendo così un titolo autorizzatorio straordinario che, altrimenti, non avrebbe potuto ottenere, creerebbe un precedente assolutamente pericoloso per il Comune.

Inoltre, sul mutato interesse pubblico che giustifica lo svincolo delle aree sottoposte a destinazione d’uso pubblico, oltre a rilevare che nell’istruttoria tecnica non vi è traccia di quali sono le motivazioni, che giustificano questo mutamento dell’interesse pubblico, si rappresenta inoltre che, a differenza di quanto indicato sia nella delibera, che nell’atto di convenzione, il Consiglio di Stato si è già espresso su un’eventuale sopravvenuta volontà “diversa da quella precedentemente formalizzata sulla sussistenza del vincolo sarebbe risultata illegittima una tale sopravvenuta ed immotivata volontà, negativamente incidente sulla soddisfazione degli interessi pubblici coinvolti” (sentenza del Consiglio di Stato del 28.07.2017, n.920).

Incomprensibile è poi la valutazione fatta dal Comune in termini di vantaggio per l’Ente, posto che tale soluzione si pone a valle di un contenzioso, che ha visto vittorioso l’Ente in ogni grado di giudizio.

Non si comprende perché oggi, a distanza di oltre 15 anni dalla vicenda il Comune dovrebbe, tutto d’un tratto, “accorgersi” che esiste una soluzione vantaggiosa e che rispetti l’interesse pubblico tale, da andare contro a ben due sentenze passate in giudicato”.

 

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