Canoni idrici: ancora soldi versati agli avvocati dei ricorrenti per le sentenze contrarie al Comune

L’ombra della questione relativa ai canoni idrici pregressi quelli, per intenderci, che non solo videro l’Ente comunale non incassare i soldi dai cittadini-contribuenti ma che, anzi, videro il Comune costretto a pagare gli onorari degli avvocati degli utenti, che presentarono ricorso al Giudice di Pace anche contro le ingiunzioni di pagamento, si ripresenta ancora adesso. Infatti la Determina dirigenziale n.176 del 6.2.2020, avente ad oggetto “Vertenza per recupero canoni idrici sentenze” (l’ultima che abbiamo visto), elenca ben 21 sentenze emesse dal Giudice di Pace di Acerra, comprese nel periodo 2013-2014.

Tutte notificate al Comune, condannato a corrispondere all’avvocato Angela De Rosa la somma di 11.646,22 euro. Somma, a cui vanno aggiunte quelle liquidate ai vari legali nel 2019, per un importo complessivo pari a 25.623,25 euro (per un totale di 9 Determine).

Già in passato riportammo, che erano state dichiarate illegittime anche le ingiunzioni di pagamento dei canoni idrici arretrati notificate agli utenti, soprattutto per il consumo idrico relativo agli anni 2004-2005-2006, come testimoniavano le sentenze pronunciate dai Giudici di Pace, che dichiararono illegittime le ingiunzioni di pagamento che l’Ente di Viale della Democrazia, attraverso l’Inpa (a cui era subentrato il Comune dal I gennaio 2011, ma che proseguiva la sua attività di recupero crediti ndr), aveva inviato l’anno precedente ai contribuenti acerrani accogliendo, pertanto, i ricorsi di tanti cittadini e condannando il Municipio al pagamento delle spese legali.

Infatti i ricorrenti sottolineavano, che mancava la certezza del credito, perché non erano state indicate le letture di riferimento, né i metri cubi di acqua utilizzati dall’utente e né il credito era fondato su prova scritta, costituita dal contratto.

Inoltre l’importo richiesto non corrispondeva ad un effettivo consumo di acqua da parte degli istanti e ad una conseguente misurazione da parte del Comune, ma era stato determinato in modo forfetario con criteri irragionevoli e del tutto sganciati dall’effettivo consumo d’acqua. Le domande, pertanto, erano fondate ed andavano accolte. Dalla lettura dei motivi della decisione emergeva, che la materia è regolata dall’art.1559 del Codice Civile.

E’ meritevole di accoglimento l’eccezione di illegittimità della richiesta di pagamento – scrivevano spesso i giudici – perché non rapportata al consumo effettivo di acqua. Dall’ingiunzione inviata si evince che, pur se l’istante risulti titolare di un’utenza idrica, la determinazione dell’importo del canone idrico è stata comunque effettuata in via forfetaria, in modo avulso da una quantificazione precisa, come avrebbe invece dovuto eseguire l’Ente somministrante, in base all’effettiva quantità d’acqua erogata ed utilizzata dall’utente. Difatti si evidenzia, che non risultano specificati i singoli periodi di somministrazione e consumo idrico, quantomeno su basi annue, ma c’è indicato nettamente l’importo.

Non sono stati inoltre riportati i consumi calcolabili in metri cubi d’acqua, né le relative tariffe, né i criteri adottati nella determinazione del costo stimato del consumo.

Tale prospetto contabile – aggiungevano, tra l’altro, i giudici – è pertanto da ritenersi deficitario, difforme dalle norme vigenti anche relativamente alla scadenza delle fatturazioni e non consente al somministrato di verificare e controllare l’esattezza dei calcoli effettuati…”.

Risultato? Sentenze contrarie al Comune; soldi non introitati dallo stesso e somme di denaro pubblico corrisposte ai legali dei ricorrenti.

 

J.F.

 

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