Tornati in carcere i fratelli Pellini, che devono scontare ancora due anni di reclusione

Era nel giorno di Pasqua dell’anno scorso, ossia domenica I aprile 2018, che si riaccendevano i riflettori sul gruppo imprenditoriale “Pellini”, facente capo ai fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini condannati, com’è noto, il 29 gennaio del 2015 dai giudici della IV sezione della Corte d’Appello del Tribunale di Napoli a 7 anni di reclusione con l’accusa di disastro ambientale colposo.

Una sentenza poi confermata in data 17.05.2017 dalla Corte di Cassazione, a conclusione del processo d’Appello denominato “Ultimo Atto-Carosello”, iniziato il 12 giugno del 2014.

Infatti i tre fratelli, dopo aver trascorso 10 mesi in cella, venivano scarcerati venerdì 30 marzo grazie ad un’ordinanza della Procura Generale presso la Corte d’Appello di Napoli, dopo aver ottenuto la sospensione dell’esecuzione della pena.

Si trattava di un provvedimento frutto di un semplice calcolo matematico, in quanto la Corte d’Appello non aveva concesso l’indulto per il reato commesso prima del maggio 2006. Una dimenticanza di tre anni che, qualora fosse stata riconosciuta già durante il secondo grado di giudizio, avrebbe consentito agli imprenditori del settore dei rifiuti di non entrare in carcere.

In pratica era stata calcolata una riduzione di pena sotto i 4 anni grazie ai 3 anni di indulto, ai sensi della legge n.241/2006. Difatti i tre condannati avevano già scontato sei mesi di carcerazione preventiva, durante l’arresto risalente a tredici anni fa. Dopo la sospensione dell’esecuzione della pena e, quindi, della carcerazione, che è un provvedimento provvisorio, i legali dei Pellini, gli avvocati Marco Bassetta e Lucio Majorano, si erano recati a discutere in sede di Tribunale di Sorveglianza le modalità di espiazione del residuo di condanna da scontare, che si aggirava attorno ai due anni, ipotizzando che i tre facessero un “percorso” nei servizi sociali.

Un grosso successo per la difesa, che stava affilando le armi con un ricorso presentato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo.

Ed invece lo scorso 11 novembre giungeva il colpo di scena: i giudici della I sezione del Tribunale di Sorveglianza decidevano per il ritorno in galera dei tre, anche perché “non hanno mostrato segni di ravvedimento durante il loro periodo di libertà”.

Salvatore si costituiva presso il carcere di Santa Maria C.V. e gli altri due presso il carcere di Arienzo. Esultanza degli ambientalisti del territorio, di Vincenzo Petrella, Valerio Montesarchio ed Alessandro Cannavacciuolo in particolare, che dicevano: “Durante il procedimento abbiamo trasmesso al Tribunale una documentazione, che prova che i Pellini sono ancora coinvolti nel business dei rifiuti e che non hanno ancora provveduto a riparare i danni commessi”.

Niente accoglimento, dunque, di una pena alternativa alla detenzione. Va specificato che l’allora notizia della scarcerazione dei Pellini fece insorgere il popolo della cosiddetta Terra dei Fuochi e provocò un’ondata di sdegno, con mobilitazioni di piazza annunciate. La Rete di Cittadinanza e Comunità, organismo che comprende la variegata galassia delle associazioni ambientaliste campane, diramò l’annuncio di una manifestazione di protesta davanti al Palazzo di Giustizia di Napoli.

Contro il provvedimento della Magistratura scese in campo anche il Vescovo Mons.Antonio Di Donna, attraverso una dura omelia pronunciata dall’altare del Duomo davanti a centinaia di fedeli durante la messa della Santa Pasqua. “La decisione di scarcerare i Pellini – disse il Vescovo – sottovaluta il dramma umanitario dell’inquinamento; umilia i cittadini ed incoraggia certi comportamenti. Siamo rassegnati, perché la legge ha fallito…”.

Si attende intanto la decisione definitiva della Magistratura che, in primo grado, si pronunciò sulla confisca dei beni dei Pellini, un tesoro gigantesco di circa 222 milioni di euro. E cercando di ricostruire il patrimonio della famiglia di imprenditori acerrani, secondo quanto riferito alla stampa dal Procuratore Giovanni Colangelo, la somma sarebbe da ricondurre a 250 fabbricati, 4 aziende, 68 appezzamenti di terreno, 50 autoveicoli ed automezzi industriali, 49 rapporti bancari dislocati anche in altre province italiane e 3 elicotteri.

Tra le società, che erano state sottoposte a sequestro, spiccano l’Atr e la Pellini srl (entrambe operanti nel recupero e nel riciclaggio dei rifiuti urbani industriali), la “Eli Service”, specializzata nel noleggio di mezzi di trasporto aereo e proprietaria, tra l’altro, di tre elicotteri e la “3P Real Estate”.

“Milioni – specificò la stampa – quasi tutti reinvestiti nella maniera più classica, cioè nel mattone, con case, ville, palazzi ecc.”. Ma i tre fratelli, contro la decisione di primo grado, hanno ingaggiato una battaglia giudiziaria, destinata a terminare in Cassazione.

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