Confiscati i beni del patrimonio dei fratelli Pellini per un totale di 222 milioni di euro

Era la stampa quotidiana, a riaccendere sabato scorso i riflettori sul gruppo imprenditoriale “Pellini”, facente capo ai fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini condannati, com’è noto, il 29 gennaio del 2015 dai giudici della IV sezione della Corte d’Appello del Tribunale di Napoli a 7 anni di reclusione con l’accusa di disastro ambientale colposo.

Una sentenza poi confermata in data 17.05.2017 dalla Corte di Cassazione, a conclusione del processo d’Appello denominato “Ultimo Atto-Carosello”, iniziato il 12 giugno del 2014. E questo, dopo che gli stessi quotidiani avevano ricordato come l’indagine della Guardia di Finanza di Napoli, su disposizione della sezione Misure di prevenzione del Tribunale partenopeo, il 14 febbraio 2017 aveva portato al sequestro preventivo di circa 222 milioni di euro.

E cercando di ricostruire il patrimonio della famiglia di imprenditori acerrani, secondo quanto riferito alla stampa dal Procuratore Giovanni Colangelo, la somma sarebbe da ricondurre a 250 fabbricati, 4 aziende, 68 appezzamenti di terreno, 50 autoveicoli ed automezzi industriali, 49 rapporti bancari dislocati anche in altre province italiane e 3 elicotteri.

Tra le società, che erano state sottoposte a sequestro, spiccano l’Atr e la Pellini srl (entrambe operanti nel recupero e nel riciclaggio dei rifiuti urbani industriali), la “Eli Service”, specializzata nel noleggio di mezzi di trasporto aereo e proprietaria, tra l’altro, di tre elicotteri e la “3P Real Estate”. Indagine dei finanzieri che era stata propedeutica al sequestro di 2 milioni e 200 mila euro, operato il 5 ottobre 2017 dalle Fiamme Gialle e riconducibile allo stesso gruppo imprenditoriale.

La somma, un vero e proprio tesoro bis, era stata trovata al termine di un’accurata attività info-investigativa degli uomini del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Napoli nelle casse di una società fiduciaria di Milano e nonostante le schermature normative, dietro cui si nascondevano i soldi. Anche se non era difficile per i Finanziari attribuire quel denaro ai Pellini, detenuti dal 19 maggio 2017 e poi scarcerati il 30 marzo 2018 a seguito dell’indulto. Milioni di euro in titoli di Stato e contanti intestati anche alle mogli ed ai suoceri dei tre imprenditori, visto che questi non si fidavano degli estranei.

Adesso, a seguito della battaglia giudiziaria iniziata con l’udienza del 22 gennaio scorso presso il Tribunale di Napoli, la II Sezione dello stesso ha sentenziato per la confisca dell’immenso patrimonio accumulato dai Pellini attraverso lo smaltimento illecito di rifiuti tossici provenienti dal Nord Italia. Beni che adesso lo Stato ha preso sotto la propria cura.

“Un’attività – eccepirono gli inquirenti – i cui normali proventi non giustificano quelle somme, che comunque sono non soltanto riconducibili ai fratelli Pellini, ma anche attribuibili al traffico illecito dei rifiuti”.

Il sospetto alla base di questa nuova indagine, dunque, era: troppi pochi “liquidi” per la cospicua quantità di beni finiti sotto sequestro. Così l’articolata attività investigativa era proseguita nel corso dei mesi, con il Gruppo Criminalità Organizzata della Finanza di Napoli che aveva sviluppato ulteriori mirati accertamenti di natura economico-patrimoniale, soprattutto attraverso l’esame e l’approfondimento della copiosa documentazione reperita presso alcune banche.

Gli elementi informativi acquisiti avevano condotto le Fiamme Gialle a scoprire una società, con sede nel centro di Milano, presso la quale era stato acceso dai fratelli Pellini un mandato fiduciario, la cui esistenza era stata coperta “ad arte” attraverso una fittizia intestazione alle rispettive consorti. L’individuazione di questo nuovo “bancomat” di famiglia consentiva di mettere sotto chiave la suddetta somma rinvenuta in Lombardia e che, secondo gli inquirenti, null’altro sarebbe, che la parte residuale dei profitti illeciti accumulati negli anni, attraverso la continuata perpetrazione di gravi reati ambientali da parte del gruppo imprenditoriale.

“Milioni – specificò la stampa quotidiana – quasi tutti reinvestiti nella maniera più classica, cioè nel mattone, con case, ville, palazzi, anche nelle località turistiche tra le più rinomate con 8 appartamenti a San Felice a Circeo, 10 ville a Santa Maria del Cedro, 10 case a Tortora ecc. Per non parlare di 3 grandi appartamenti a Roma, di cui uno in piazza Cinecittà.

Ma l’elenco degli alloggi residenziali sotto sequestro ad Acerra sembra non finire mai, con 144 appartamenti ed immensi terreni agricoli riconducibili a loro ed ai loro familiari. E gli investigatori sono ancora a caccia di tesori occultati in giro per il mondo forse in qualche paradiso fiscale, esistenti anche in quei piccoli staterelli europei dell’offshore, forse nella vicina Repubblica di San Marino”.

Intanto è stata rinviata al 26 settembre prossimo l’udienza del Tribunale di Sorveglianza, per decidere se far tornare in carcere i Pellini, scarcerati l’anno scorso dopo soli 10 mesi di detenzione, nonostante i 7 anni di reclusione inflitti. “Ricorreremo in Appello, ci sono altri due gradi di giudizio – il commento di Giovanni Pellini – noi dalle nostre case non andremo via e, comunque, non ci è stato ancora notificato nulla”.

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