Incendio alla Caporale, il padre del ragazzo dice: “Gesto grave, ma non è un teppista”.

Vasta eco, dunque, suscitava l’azione incendiaria, di cui si rendeva protagonista l’allievo della scuola Caporale e le successive sanzioni a suo carico. “È stata una decisione molto sofferta, ma inevitabile, perché bisogna dare un messaggio forte di rispetto per l’istituzione e la sua funzione didattica ed educativa. Non abbiamo ceduto e mai cederemo a questi atti intimidatori”.

Queste le parole della Preside Franca Tortora, che da 23 anni dirige la Caporale. Ben 10 raid teppistici dal marzo del 2009, quando un incendio distrusse completamente l’archivio. Corsi contro il bullismo e sulla legalità per tentare di recuperare i ragazzi a rischio e l’installazione, quattro anni fa, di un sistema di videosorveglianza a spese dell’istituto, messo fuori uso dal raid del marzo dell’anno scorso e parzialmente ripristinato, stavolta dal Comune, lo scorso 15 aprile, quando ci fu l’ennesimo tentativo di dare fuoco ad un’aula del pianterreno. Proprio una delle dieci telecamere incastrava il giovanissimo alunno, che voleva mettersi in evidenza con i suoi due complici di poco più grandi di lui. Ma venivano identificati dagli agenti del locale Commissariato e la loro posizione passata al vaglio della Magistratura minorile. Il tredicenne viene descritto dai suoi insegnanti come uno studente tranquillo.

Sulla pagella del primo quadrimestre aveva riportato un 7 in condotta (il minimo è 6); alcuni 5, due 6 ed un 7 nelle diverse materie. Una pagella sotto tono rispetto a quella dell’anno precedente, in cui era stato promosso senza problemi. Ma la madre era preoccupata per le sue recenti frequentazioni extra scolastiche. Le immagini delle telecamere mostrano lo studente penetrare da solo da una strada laterale nell’istituto con una bottiglia piena di benzina. Ne versa parzialmente il contenuto in una prima aula del piano terra ed appicca il fuoco.

Poi sale le scale interne e guarda fisso in una delle telecamere, di cui forse ignorava l’esistenza. Si dirige con freddezza verso altre tre aule e dà nuovamente alle fiamme armadietti, banchi e cattedre. Tant’è che ad una settimana dal raid, le aule erano ancora inagibili, per cui i docenti erano costretti a dirottare oltre 100 alunni nei laboratori, per garantire le lezioni. L’incursione si consumava alle ore 20:00 circa tra l’indifferenza di tanti minorenni, tra cui anche molti alunni della scuola che sostavano nella vicina piazza Falcone e Borsellino. Secondo la ricostruzione fatta dalla Polizia, a lanciare l’idea del raid sarebbero stati i due amici. Ma il 13enne, per non essere da meno, si sarebbe fatto carico di realizzarlo.

Dal canto suo Aniello D. padre dell’allievo, dichiarava:

“Mio figlio non è un teppista, nè giammai ha fatto parte di una gang. Il suo gesto sconsiderato, certamente grave, non andava punito così come si è fatto, allontanandolo dalla scuola, esponendolo pesantemente di fronte ai suoi compagni di classe e d’istituto. Non è così che si recupera un ragazzo che, nonostante il suo fisico, è ancora un bambino. Quando sono stato convocato dalla polizia, per prendere visione del filmato – proseguiva il genitore – mi è caduto il mondo addosso. Dinanzi a quelle scene, ho cercato di trovare una ragione che reggesse. Ho subito manifestato la mia rabbia e la mia volontà a voler ripagare i danni arrecati dal ragazzo, che non posso punire oltre il consentito, quantunque colpevole e che ora sta pagando per tutti senza attenuanti”.

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