Questione Ilmas: Monsignor Rinaldi scrive al premier Berlusconi

Torniamo nuovamente ad occuparci dell’Ilmas, l’azienda piemontese produttrice di componentistica aereonautica ed aerospaziale, con una sede nella locale zona Asi e che dalla scorsa estate è a rischio fallimento. Da 9 mesi i 185 dipendenti non percepiscono nè salario, né cassa integrazione, perché l’azienda è in amministrazione controllata.

E sono ormai innumerevoli le manifestazioni inscenate dai dipendenti dell’azienda. Da luglio 2008, ossia da quando i titolari della ditta hanno portato i libri contabili in tribunale, l’azienda è retta da un amministratore straordinario, che dovrebbe ridefinire un nuovo piano industriale in vista di un rilancio dell’attività produttiva. “Siamo ridotti sul lastrico, perché da maggio non percepiamo un euro – spiegavano gli operai – perciò vogliamo la cassa integrazione e conoscere quale sarà il nostro futuro occupazionale”.

Per la concessione della Cig, c’erano stati degli intoppi burocratici, che avevano bloccato il via libera da parte del Ministero del Lavoro. In effetti la prima richiesta per la cassa integrazione per la ristrutturazione, legata ai 18 milioni di euro mai erogati da Sviluppo Italia per l’ampliamento aziendale, dopo l’assorbimento dei lavoratori dell’ex Exide, si era trasformata in cig per esubero, a seguito dell’aumento del personale. E nemmeno il tavolo negoziale dell’11 gennaio scorso presso la Prefettura produceva un’accelerata della ratifica del Decreto di assegnazione della cig straordinaria.

Poi finalmente la situazione si sbloccava lo scorso 18 gennaio, quando veniva ratificato dai vertici del Ministero del Lavoro il documento per la concessione della cassa integrazione straordinaria, anche se la situazione resta critica per le 185 tute blu dell’Ilmas, molte delle quali sono state costrette a fare debiti per potere andare avanti. E sulle loro teste aleggia lo spettro della serrata e della perdita delle commesse da onorare con i big internazionali dell’industria aeronautica da parte del Ministero del Lavoro. Ma da quando è stato ratificato il Decreto, nessun compenso è stato corrisposto agli operai. Tant’è che il Vescovo, Mons.Giovanni Rinaldi, solidale con i lavoratori, scriveva nei giorni scorsi una lettera al Presidente del Consiglio Berlusconi e al Sottosegretario alla Presidenza Letta.

“Duecento famiglie da nove mesi senza reddito, senza cassa integrazione. Assurdi tempi burocratici per firmare atti dovuti. Aiutate i lavoratori dell’Ilmas – scriveva il prelato. – Quest’infinita vertenza è iniziata nel 2004 quando, inspiegabilmente, la multinazionale americana Exide decise di licenziare i 182 lavoratori. Ci fu un protocollo d’intesa con Governo e Regione, che costrinse la Exide al ritiro dei licenziamenti. A dicembre del 2005 ci fu anche l’impegno per la riassunzione ed il potenziamento del settore aeronautico. Ma poi non se ne è fatto nulla. Preghiamo, supplichiamo le Signorie Vostre di velocizzare il processo – scriveva il presule – perché è una questione economica, di sopravvivenza fisica, ma soprattutto di dignità umana e spirituale. Inoltre è urgente rimettere insieme la composizione di un tavolo permanente con tutti gli altri settori istituzionali, per ottenere il mantenimento dei livelli occupazionali. Attendo con fiducia e con speranza, confortato da soluzione insperate che, in casi analoghi, si stanno realizzando con l’aiuto e l’esperienza delle varie autorità istituzionali. Spero in una sollecita e benevola presa di attenzione, soluzione di questo problema”.

L’accordo di programma sottoscritto dall’Ilmas il 12 dicembre 2005 prevedeva in cambio dell’assunzione di 85 operai dell’Exide di Casalnuovo, la reindustrializzazione dell’area dismessa, che avrebbe dovuto ospitare addirittura il centro direzionale aziendale attualmente dislocato in Piemonte. Ma gli oltre 27 milioni di euro di finanziamento (di cui il 70% a carico del Ministero delle Attività produttive ed il 10% da Invitalia), previsti dal protocollo d’intesa, non sono mai arrivati. E l’azienda aeronautica ora rischia il fallimento. Il passivo approvato dallo scorso cda, poi sostituito dall’amministratore straordinario nominato dal Tribunale appunto per evitare il fallimento, ammonta a circa 12 milioni di euro. A rischiare il posto di lavoro sono 400 dipendenti, di cui circa 200 dello stabilimento di Acerra.

Intanto occorre aspettare il 25 febbraio prossimo, data in cui è stata fissata l’udienza per la ratifica dello stato passivo dei conti aziendali, prima di poter valutare qualche eventuale manifestazione d’interesse.

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